Ricapitolando, cos’è successo stanotte? Riavvolgiamo il nastro a venerdì: Conte, reduce da settimane di attacchi da parte di alcuni governatori (di tutti i colori politici), che si sono fatti interpreti delle proteste delle categorie a cominciare dagli operatori turistici, sembra capire che il Paese rischia di collassare se non allenta le misure di sicurezza (specialmente le richieste INAIL di scaricare sui datori di lavoro la responsabilità penale in caso un lavoratore si ammali di Covid) e cede, lasciandosi dietro alle spalle la linea rigorista abbracciata finora. Con lui, scrive il Corriere, il ministro Boccia (Pd, sposato con Nunzia Di Girolamo, ex di Forza Italia), una aperturista Bellanova (renziana, ministra dell’agricoltura) e a sorpresa anche Luigi Di Maio, ministro degli Esteri pentstellato.

Conte media, con l’aiuto del presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini (Pd), governatore dell’Emilia Romagna, e riesce a smussare le frenate del rigorista Roberto Speranza (ministro della sanità, Pd, quello che però non è stato capace di fornire altra soluzione all’emergenza Covid se non il lockdown). Attenua anche gli scetticismi dei democratici più cauti (Franceschini Cultura e De Micheli infrastrutture), i dubbi di Spadafora (Sport, Cinquestelle) e gli scetticismi di Bonafede (giustizia, Cinquestelle, quello che ha permesso che fossero scarcerati i boss mafiosi).
Risultato: dal cilindro del governo escono misure di sicurezza più accettabili che dovrebbero, ma il condizionale è d’obbligo, rendere la ripresa più fattibile nel comparto del turismo, uno degli asset cruciali del Paese. Conte va in conferenza stampa sabato sera e annuncia le nuove misure, parlando per la prima volta di “rischio calcolato” (“non possiamo restare fermi in attesa del vaccino”) e sottolineando che l’accordo prevede responsabilità da parte delle Regioni. Non solo: Conte per la prima volta parla della necessità di riflettere sui rapporti giuridici tra Stato e Regioni, forse perché si rende conto di aver tirato troppo la corda con l’approccio confuso applicato finora.
Ma in tarda serata colpo di scena: alcuni governatori, in primis Toti (Liguria, forza Italia), si rendono conto che qualche tecnico zelante ha, scrive Repubblica, depotenziato le linee guida “aperturiste” recepite dal governo nelle premesse del Dpcm, “dimenticandosi” di inserirle anche negli allegati (condizione necessaria per renderle cogenti). In pratica “spariscono” le nuove misure in deroga (quelle che le categorie economiche vogliono), a cominciare dalla concessione di 1 mt di distanza tra i tavoli di bar e ristoranti (a differenza dei 4 mt che aveva suggerito il comitato tecnico-scientifico); si chiamano in causa non meglio precisate linee guida nazionali, si inibiscono alcune facoltà di deroga regionali.
Il Corriere il giorno dopo precisa che la “manina” che avrebbe fatto sparire i dettagli degli accordi dagli allegati potrebbe essere quella del Ministro della salute Speranza, Pd, che infatti da mezzanotte alle 2.30 di notte risulta irraggiungibile al telefono. Lo stesso ministro che a margine dell’ultimo Cdm aveva ammonito i colleghi: “Inserire negli allegati le linee guida regionali vuol dire sconfessare quelle del Comitato tecnico-scientifico” (bene, dunque mettiamole tutte e due?!).“Così rischiamo il caos”, dice Toti. E a ragione: perché se in un Dpcm a pagina 1 consenti qualcosa che poi neghi o offuschi nell’ultima pagina, crei la solita situazione di incertezza che ha permesso tante “discrezionalità” nell’interpretazione dei numerosi Dpcm emanati dal governo in questi mesi; e siccome non stiamo parlando di multe a noi sfigati cittadini ma a sanzioni da infliggere alle aziende turistiche che minacciano di non aprire a queste condizioni, la questione per l’esecutivo appare più delicata (…).
Il tavolo Stato-Regioni viene riaperto all’una di notte e alle tre di questa mattina finalmente si trova la quadratura del cerchio: le richieste delle Regioni (e delle categorie) vengono finalmente recepite con chiarezza.
Cosa insegna questa vicenda? Di positivo (grazie a Stefano Bonaccini) c’è la collaborazione tra Regioni di colore politico diverso, che in nome dell’obiettivo comune – la ripresa in sicurezza – hanno fatto fronte contro le eccessive paure di questo governo, che ha applicato il lockdown più punitivo di tutta Europa perché incapace di assumersi le responsabilità del famoso “rischio calcolato”. Alla base, quello che vogliamo sapere noi cittadini è se si rischia o no ad andare in spiaggia o al ristorante – per chi potrà permetterselo – e se si rischia a lavorare in questo settore che vive del contatto sociale, e non del distanziamento. Nessuno ha speso parole per dircelo con chiarezza, scavalcando i pareri di esperti e famigerati comitati tecnico-scientifici. Ma sembra abbastanza chiaro nei fatti che una convivenza con il virus è e deve essere possibile.
Finalmente Conte ha spiegato che il rischio di contagio non si può annullare a zero (obiettivo che invece pareva prioritario nelle precedenti dichiarazioni del governo, in mano ai cosiddetti scienziati che hanno detto tutto e il contrario di tutto). Ciò significa a mio parere che potremo andare in spiaggia e al ristorante prendendo noi stessi, responsabilmente, le misure di precauzione del caso; che qualcuno di noi potrebbe comunque contrarre il virus ma che ciò non significa che ne debba perire, come invece ci è stato fatto credere trasmettendo ogni pomeriggio alle 18, per due mesi, la messa funebre del bollettino dei morti senza riflettere sull’impatto devastante che ha avuto sui cittadini. E soprattutto che è giunto il momento di affrontare tutti – governo e cittadini, responsabilmente – un’emergenza pandemica a bassa mortalità (che rimane ferma in tutto il mondo a zero virgola), senza cedere al facile scaricabarile del “ve l’avevamo detto che dovevate stare tappati in casa” nell’evenienza di qualche contagio (ho detto “contagio,” non “morto”), in più. Con buona pace dei De Luca di turno.