






Spesso scherzando dico ai miei amici che quando sento parlare di “resilienza”, sparo a vista. Da marzo in poi, la parola è diventata di moda per indicare una sorta di “adattamento dignitoso” a tutto ciò che di terribile sta succedendo.
IO NON VOGLIO ESSERE RESILIENTE. Io voglio lottare per difendere ciò che è stato conquistato dalle generazioni dei miei genitori e dei miei nonni: la libertà, la democrazia, l’istruzione, il benessere. Chi si adatta è perduto, chi è resiliente non si rende conto di ciò che sta succedendo, pensa che un sorriso zen possa bastare a salvarsi dallo tsunami che sta per piombarci addosso.
E quindi, quando ho visto che il piano del Recovery Fund si chiama proprio “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” (PNRR), ho fatto un salto sulla sedia. Non abbiamo inventato nulla: il piano deriva dal Next generation EU al cui interno c’è il Recovery and Resilience Facility. Bella roba. Sono andata a sfogliare questo documento della Presidenza del Consiglio di 125 pagine, dove le parole ‘resilienza’ e ‘resiliente’ sono citate 40 (quaranta!) volte, e spesso ad minchiam. Per esempio, cosa diavolo vuol dire “il PNNR indica risorse per il rafforzamento della resilienza e della tempestività di risposta del sistema sanitario”? O sei resiliente, e subisci il caos della sanità, oppure sei tempestivo, e lo governi!
Tutto qui? No, non è tutto qui (magari!). Ecco come verranno ripartiti i soldi (un totale di 196 miliardi) nei prossimi anni:
– 74,3 miliardi (il 37,9% dell’intero budget) per la “rivoluzione verde”
– 48 miliardi per la digitalizzazione e l’innovazione, e vabbé- 27,7 miliardi per la mobilità sostenibile (i monopattini)
– 19,2 miliardi per l’istruzione e la ricerca (meno della metà di quanto è stato destinato alla digitalizzazione, un quarto rispetto al budget allocato per la ‘rivoluzione verde’. E cosa importa se nel PNRR, poche pagine più avanti, c’è una tabella Ocse che indica che “le conoscenze base sia tra gli scolari, sia nella popolazione adulta mostrano un forte ritardo rispetto alla media”… )
– 17 miliardi per (tenetevi forte) la “parità di genere, la coesione sociale e territoriale”, sic!
Totale, 187 miliardi.
– “Ma… non ne avevamo a disposizione 196?”.
– “Uh, cavoli, è vero! Ce ne mancano 9, dove li buttiamo?”
– “E che ne so…”
– “Ho un’idea geniale! Perché non li mettiamo per la sanità?”
– “La sanità? E checcefrega della sanità, hanno tenuto botta, dai, al limite se la curva risale richiudiamo tutti per un po’ e risolviamo la faccenda… e poi tra un po’ arriva il vaccino!”
– “Sì, ma pare brutto… Dai, diamogli qualche spicciolo così sono contenti”
– “Vabbé ma allora, scusa, e il Turismo? Mi sembra di ricordare, ma mica ne sono tanto sicur*, che nel nostro Paese rappresenti il 13,2% del Pil… e abbiamo pure qualche crosta nei musei e qualche rudere da conservare…”
– “Beh, allora checcefrega anche del Turismo, tanto sono tutti terrorizzati e non viaggia più nessuno. Al limite inseriamo una sottovoce ‘Turismo’ da qualche parte”
– “Ok mettiamola sotto la Digitalizzazione, che ci sono bei soldi. Su 48,7 miliardi, potremmo metterne 3,1 per ‘Cultura e turismo’, prendiamo due piccioni con una fava e nessuno ci assilla più”
– “Dai, facciamo così, due spiccioli al Turismo e alla Cultura, due spiccioli alla Sanità. Ok?”
– “Ok”
– 9 miliardi per la sanità
Totale, 196 miliardi
Ottimo.
State pure resilienti a casa per Natale, prendetevela con chi vuole vivere, viaggiare, incontrare familiari ed amici, perché tanto a voi, alla vostra salute, all’istruzione dei vostri figli e alla vostra serenità psicologica ci pensa lo Stato Italiano (e l’Ue, ça va sans dire).