Cosa significa “sicurezza”?

di Emilio Mordini, psicoanalista

In un recente post (https://www.facebook.com/sara.gandini/posts/10225032626105581), Sara Gandini si domanda “Cosa significa “sicurezza”? Sicurezza da cosa? Quale simbolico si porta dietro questa parola?”. Si tratta di un argomento fondamentale per capire i tempi che attraversiamo e ringrazio Sara per averlo sollevato.

Come psicoanalista, mi sono interessato di sicurezza sia in quanto sentimento interiore ai singoli sia quale percezione collettiva, in particolare in relazione alle “security technologies” (Mordini, E. Considering the Human Implications of New and Emerging Technologies in the Area of Human Security. Sci Eng Ethics 20, 617–638 (2014). https://doi.org/10.1007/s11948-014-9555-7https://link.springer.com/article/10.1007/s11948-014-9555-7). Ci sono tre elementi che mi hanno sempre colpito nell’idea di sicurezza. Vorrei limitarmi ora a menzionarli, rimandando, eventualmente ad altre sedi un approfondimento mirato sull’attuale pandemia (Facebook si presta poco a discussioni “quasi-accademiche”).

Il primo elemento che mi incuriosisce nel concetto di sicurezza è che essa si riferisce al passato pur se guarda al futuro. “Sicurezza” è termine che viene da latino secūrus formato da se- (che sottintende “separazione” o “privazione”) e da cura (“preoccupazione”); significa quindi ” senza preoccupazione”. Sentirsi sicuri vuol dire che non c’è nulla che ci preoccupa. È mai possibile sentirsi davvero sicuri? Martin Heidegger dirà di no, proprio perché vivere (essere nel mondo) significa pre-occuparsi (occuparsi in anticipo) di sé e degli altri: solo un morto può essere sicuro, un vivente sarà sempre preoccupato. Se, però, si analizza con attenzione il senso etimologico della parola latina “cura”, si scoprono altri aspetti interessanti. “Cura” deriva probabilmente da una radice indoeuropea che significa “osservare, guardare”: la cura sarebbe dunque, in origine, l’atto di tenere qualcosa o qualcuno sotto osservazione per timore che ci venga sottratto o patisca un danno. In effetti, il termine “cura” latino implica l’idea di sorveglianza, di “tenere sott’occhio” e il concetto primitivo di “sicurezza” riguarda gli oggetti materiali: la sicurezza è, inizialmente, un bene protetto da un guardiano. Questa situazione ci porta, tuttavia, al concetto di “responsabilità per qualcosa o qualcuno”. C’è una gran mole di studi, condotti sia su cuccioli animali sia bambini, che dimostra come piccoli, che non siano stati oggetti di cura durante l’infanzia, non riescano a sviluppare una solida sensazione di sicurezza da adulti. In altre parole, solo coloro che hanno avuto l’esperienza precoce di essere amorevolmente accuditi, di avere un “guardiano” che si occupava di loro e li proteggeva, si sentono da adulti sufficientemente privi di preoccupazioni. Ancora più interessante: alcuni psicoanalisti, come Donald Winnicott e Melanie Klein (pur da posizioni diverse) arrivarono alla conclusione che la principale minaccia dalla quale il cucciolo umano deve essere rassicurato è la propria stessa aggressività. I bambini non temono tanto i pericoli esterni (anzi, normalmente dimostrano un’incoscienza pressoché totale nei confronti di questi) quanto l’essere lasciati soli con sé stessi ed i propri fantasmi interiori (si pensi al terrore del buio o di doversi recare in luoghi scuri come cantine e ripostigli). Lo sguardo di chi si prende cura del bambino serve, dunque, ad allontanare proprio queste paure che, se non scacciate, perseguiteranno l’adulto, spesso sotto altre forme, tutta la vita.

Un secondo elemento che mi colpisce del concetto di “sicurezza” è il suo essere, in senso religioso, una “vox media” (si definiscono così tutte quelle parole che, a seconda del contesto, possono prendere un significato sia positivo sia negativo). Nel mondo romano, la divinità che presiedeva alla sicurezza era Janus (Giano), uno degli Dei più antichi e misteriosi del pantheon latino. Il nome Janus era collegato al termine “ianua”, porta, e infatti Giano era il dio dei passaggi e delle transizioni. Rappresentato con due facce, come i due lati di una porta, era considerato il dio degli inizi, di tutto ciò che comincia, ed era il dio che sovrintendeva il passaggio dalla pace alla guerra e viceversa. Le porte del suo tempio erano aperte in tempo di guerra e chiuse in quello di pace ma non è chiaro se ciò significasse che Giano era il dio della sicurezza perché era il dio della guerra o perché fosse quello della pace. Anche presso i Greci si ritrova una ambiguità simile. La lingua greca aveva diversi termini per indicare il concetto di sicurezza, ma quello più vicino alla nostra nozione è “asphales”, parola che indicava qualcosa che resiste, che non cade. Il dio che presiedeva alla sicurezza era Poseidone, il re degli abissi marini. Venerato soprattutto a Sparta e Delfi, Poseidone proteggeva dai terremoti. Paradossalmente, però, Poseidone Asfaleios, “colui che dona sicurezza e stabilità”, era anche il dio che causava terremoti e maremoti. I cittadini di Atene, quando dovettero affrontare nel 480 a.C. la catastrofica invasione persiana, invocarono proprio Poseidone Asfaleios, come se la guerra fosse un terremoto. Infine, l’ambivalenza del termine “sicurezza” la si ritrova anche nel Nuovo Testamento, in particolare nella prima lettera ai Tessalonicesi. In un famoso passaggio (Tes. 5,2-3), San Paolo ammonisce “ infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. E quando si dirà: «Pace e sicurezza», allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà”. In modo simile, un altro famoso passo – quello sul “kathekon” nella seconda lettera Tessalonicesi -, associa la sicurezza al male.

C’è, infine, un terzo aspetto del concetto di sicurezza che mi incuriosisce. Si tratta di una semplice e geniale osservazione che fa Alexis de Tocqueville nel suo “Democrazia in America”. Tutti i regni dell’antichità hanno governato – nota de Tocqueville – incutendo paura ai loro sudditi (lo stesso termine “territorio” indicherebbe, etimologicamente parlando, l’area geografica su sui si estendeva il terrore provocato dal potere di un magistrato); la democrazia americana, e gli stati del futuro, fanno ugualmente uso della paura per governare ma in senso opposto. Piuttosto che incutere paura, lo stato moderno si presenta come rassicuratore, come entità in grado di offrire sicurezza al cittadino contro tutte le paure connesse alla vita sociale. Ciò comporta, tuttavia, che lo stato moderno si legittima, e legittima il suo potere, proprio in quanto, e sino a che punto, queste paure esistono. Come un “vampiro di paura”, oggi lo stato per esistere ha bisogno di cittadini che, in continuazione spaventati, si rivolgano a lui per essere accuditi e tranquillizzati.

In conclusione, il concetto di sicurezza implica tre maggiori aporie: una paura che è dentro di noi ma deve essere curata fuori di noi; una pace che è in realtà guerra; un’autorità benevola che esiste grazie al terrore. In che modo questi tre impossibili passaggi possono essere declinati al presente? Cosa ci dicono sul nostro futuro e sul futuro della società (post?) pandemica?

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