
È scivolata come l’olio la notizia che, dall’oggi al domani – la riapertura era prevista il 15 febbraio – il Cts ha deliberato l’ennesima proroga della chiusura delle stazioni sciistiche. Che in Italia, dopo aver tenuto chiuso per tutta la stagione mentre Austria e Svizzera restavano aperte con curve epidemiologiche in evidente discesa, contavano proprio su febbraio e marzo per tentare di risollevare il comparto ormai stremato. L’economia dello sci è questa: centinaia di aziende che generano un giro di affari intorno ad 1,2 miliardi di euro, occupando direttamente oltre 16mila persone. A queste se ne aggiungono altre centinaia di migliaia di indotto, per un totale di fatturato intorno agli 8,2 miliardi di euro – tra i 10 e i 12 mld secondo l’Anef – e una “industria della montagna” che fa lavorare, direttamente e indirettamente, circa 400.000 persone (dati Sole 24 Ore e La Stampa).
Sono disgustata e allibita dalla totale assenza di pianificazione del governo che – dopo aver dato via libera alla riapertura pochi giorni fa – decide, la sera prima, di dare la mazzata finale a un settore importante dell’economia italiana. Questa iniziativa e l’ignobile modalità con cui è stata adottata e comunicata (last minute, con migliaia di prenotazioni saltate, lavoratori stagionali senza lavoro, ristoranti che avevano fatto magazzino, skipass acquistati, treni prenotati, ecc), insieme con le misure punitive che affliggono ormai da un anno bar, ristoranti, negozi e tutte le attività legate al turismo e alle Pmi, combinate al modestissimo risultato organizzativo del piano vaccinale messo in piedi da Arcuri, fanno riflettere su cosa ci aspetta: Draghi è arrivato per spendere (bene, dicono) i soldi Ue, con questi contano di tappare la bocca a tutti.
PS: Preciso che non sono arrabbiata per motivi personali perché non avevo programmato alcuna vacanza sciistica in Italia