Un discorso sistemico, senza orizzonti temporali, con una visione ampia, di qui ai prossimi trent’anni. Un discorso che ha tratteggiato come dovranno (dovrebbero) essere le nostre vite fino al 2050. Vite diverse, senza tanti lavori che da oggi non esisteranno più: “Dovranno cambiare”. Vite “artificiali”, visto l'(ab)uso sistematico della parola “AI” (Artificial Intelligence). Vite senza la mobilità e il turismo cui eravamo abituati, quello della movida-che-schifo, che nell’anno 2019 a.C. produceva il 14% del Pil. Vite senza manifattura (11,9% del Pil), senza Made in Italy (7,3% del Pil), senza artigianalità, senza PMI (12,6% del Pil): parole totalmente assenti nel discorso programmatico del Premier, alle quali chiunque di noi si fosse affezionato dovrà rinunciare perché ormai antistoriche. Vite più green: è “colpa nostra se il Covid ha assalito l’uomo”, dice il Premier Etico. Vite più europee e meno Italiane: “Cedere sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa”. Vite intrise di politically correct: la parità di genere e le donne, i giovani, l’ambiente, la riforma della pubblica amministrazione guidata da chi non la conosce, la riforma della giustizia, il “fisco buono” che però deve sbrigarsi a smaltire le pratiche, l’europeismo, l’atlantismo e le “preoccupazioni” per Cina e Russia. La parola libertà ormai assente. Fine del Novecento.














Nelle foto, schematica esegesi del discorso di
… l’ho fatta nei colori della pandemia, così stiamo tutti sul pezzo (il verde è davvero occasionale)