Da sudditi a cittadini

Ieri è stata una giornata importante per me e per tanti altri compagni di strada che ho incontrato da marzo 2020 in poi. Insieme con la Rete Nazionale Scuola in Presenza siamo scesi ancora una volta in piazza – e stavolta insieme con genitori, docenti e studenti di tutta Italia – per manifestare a favore del ritorno in presenza degli studenti che ancora non vi accedono o vi accedono al 50%. Milioni di ragazzi dalla seconda media all’ultimo anno del liceo (e non dimentichiamoci degli universitari) privati dell’istruzione in presenza da più di un anno, giovani e futura classe dirigente del Paese che in un anno è riuscita a frequentare la scuola per non più di 30 giorni.

Ieri, a chiedere di riaprirla eravamo proprio tutti: la società civile indignata di questa vergogna anticostituzionale che si protrae da un anno, la Scienza e la Legge. Conosco persone che, pur riconoscendo – bontà loro – l’importanza dell’istruzione, continuano a sostenere che essendoci un’emergenza sanitaria non ci si può continuare a lamentare ignorando il pericolo e i decessi causati dal virus. A queste persone, e ai decisori che hanno deciso di “ragionare” come loro, rispondiamo che la scuola è un servizio essenziale che è stato garantito anche durante la II Guerra Mondiale; che la Scienza finora ha dimostrato che l’ambiente scolastico certo non condiziona l’andamento della curva pandemica e chi lo nega – purtroppo qualcuno anche dentro il mondo scientifico – dimostra di avere obiettivi di carriera personale e/o interessi partitici che non vanno certo a sostegno della Res Publica e che bastano a qualificarlo per ciò che è (no comment). Inoltre, in una società che funziona nel modo giusto, il cittadino contribuisce con le tasse affinché lo Stato si faccia carico della soluzione dei problemi e garantisca accesso ai servizi essenziali a tutti i cittadini, senza discriminazioni, soprattutto se sono più fragili e non rappresentati (i ragazzi, che non possono neanche votare). Se per onorare la memoria di chi non c’è più ci si dimentica di chi deve e vuole vivere, il dolore sarà amplificato, le ferite saranno raddoppiate anziché lenite.

Conosco anche tante persone che condividono la nostra battaglia ma non sono venute in piazza ieri. Dicono che è una battaglia sterile, perché comunque decidere è difficile e soprattutto inutile. A queste persone dico che nessuno di noi ha manifestato per ottenere beni materiali ma “soltanto” e soprattutto il rispetto di un diritto fondamentale. Le soluzioni sono già state fornite dalla Scienza, i vincoli sono già stati delineati dalla Legge: basta solo, usando la testa, applicare la legge e, usando il cuore, accorgersi della sofferenza gratuita inflitta a milioni dei ragazzi con la connivenza inconsapevole della società e purtroppo a volte dei loro stessi genitori.

Un papà ieri in piazza ha detto: “I miei figli stanno bene, sono in salute, vanno bene a scuola anche in Dad. Ma non è un valido motivo per darci l’alibi di lasciare le cose come stanno e autorizzarci a pensare che questa sia la normalità. Questa non è normalità”.

A tutti i miei amici che hanno avuto la pazienza di leggere fin qui e condividono quello che scrivo, chiedo di riflettere su questo e provare a convincere almeno una persona a lottare con noi per le scuole aperte, e che a sua volta questa persona ne convinca un’altra. Mai come in questi mesi il “divide et impera” è stata la cifra politica che ha puntellato con crudele furbizia le decisioni adottate. Anziché lottare tutti contro le privazioni di libertà non avallate dalla scienza né dalla legge, abbiamo consentito che venissero messe categorie professionali contro altre categorie professionali, giovani contro anziani, garantiti contro non garantiti, e via dicendo. Anziché lottare contro le zone regionali a colori, abbiamo subìto quelle provinciali (ulteriore frazionamento e spaccatura del fronte) e consentito che una zona brigasse per avere, con criteri politici e certamente non scientifici, il colore di un’altra. E ora, anziché lottare per consentire l’accesso all’istruzione a tutti – bambini adolescenti e ragazzi – abbiamo consentito che la protesta venisse spaccata in due fronti, quelli che adesso a scuola possono andarci anche in zona rossa (fino alla prima media), e quelli che continuano a non poterci andare (dalla seconda media in su), consentendo che i media titolassero “le scuole hanno riaperto”: NON È COSÌ!

La chiamano “mediazione” ma in realtà è molto peggio di un compromesso antiscientifico illegale: è malapolitica.

Sfuggiamo, sfuggiamo!, a questo disgraziato destino che ci stiamo infliggendo con le nostre stesse mani, forse perché non crediamo più in noi stessi, nel valore della politica dei più capaci, nel valore dei grandi gruppi uniti e non delle corporazioni, prima ancora che nello Stato cui abbiamo delegato il futuro dei nostri figli.

Rete Nazionale Scuola in Presenza

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