Su cosa si basa scientificamente la decisione di obbligare di fatto i bambini over 12 a vaccinarsi? Su uno questionario online sul cosiddetto Long-Covid in cui 4-genitori-4 lamentano che i loro figli si sono lamentati per più di 12 settimane di stanchezza, difficoltà a concentrarsi, bisogno di sonno e naso congestionato.
Lo spiega il medico e psicoanalista Emilio Mordini in questo pezzo.

𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹 “𝗟𝗼𝗻𝗴-𝗖𝗼𝘃𝗶𝗱” 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗿𝗴𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘂𝘀𝗮𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗹 𝗱𝗶𝗯𝗮𝘁𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗰𝗼-𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘃𝗮𝗰𝗰𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗦𝗔𝗥𝗦-𝗖𝗼𝗩-𝟮 𝗻𝗲𝗶 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗶. 𝗟𝗼 𝘀𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝟭𝟱 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼, 𝗝𝗔𝗠𝗔 𝗢𝗻𝗹𝗶𝗻𝗲 ha pubblicato una research letter dall’ambizioso titolo “𝘓𝘰𝘯𝘨-𝘵𝘦𝘳𝘮 𝘚𝘺𝘮𝘱𝘵𝘰𝘮𝘴 𝘈𝘧𝘵𝘦𝘳 𝘚𝘈𝘙𝘚-𝘊𝘰𝘝-2 𝘐𝘯𝘧𝘦𝘤𝘵𝘪𝘰𝘯 𝘪𝘯 𝘊𝘩𝘪𝘭𝘥𝘳𝘦𝘯 𝘢𝘯𝘥 𝘈𝘥𝘰𝘭𝘦𝘴𝘤𝘦𝘯𝘵𝘴” (July 15, 2021. doi:10.1001/jama.2021.11880). L’articolo riporta i risultati di un’indagine su una coorte di 55 scuole del cantone di Zurigo in Svizzera. I ricercatori di un gruppo di lavoro dell’ Istituto di Epidemiologia, Biostatistica e Prevenzione dell’ Università di Zurigo hanno condotto uno studio di sieroprevalenza nel periodo compreso tra il giugno 2020 e l’aprile 2021, collezionando anche un questionario online per la raccolta dei sintomi. Il questionario, sottoposto ai genitori dei bambini, chiedeva di scegliere in una lista prefissata di sintomi di durata uguale o superiore alle quattro e alle dodici settimane (con la possibilità anche di alcune risposte libere). Nello studio sono stati inclusi complessivamente 1355 bambini (con età media di 11 anni), comprendenti due sottogruppi: 109 bambini sieropositivi e 1246 bambini sieronegativi. Il gruppo di lavoro zurighese elenca, onestamente, una serie di debolezze statistiche della propria ricerca. Non è su queste, però, che mi interessa appuntare l’attenzione, quanto su un aspetto più generale che riguarda l’intera questione del “Long-Covid”.
𝗟’𝗶𝗻𝗳𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗦𝗔𝗥𝗦-𝗖𝗼𝗩-𝟮 𝗵𝗮 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗻𝗼𝘃𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗶 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗶. Ad esempio, per la prima volta nella storia delle malattie infettive, con il Covid l’ipotesi di una sindrome post-virale di lunga durata non nasce in ambito clinico ma da gruppi di interesse e organizzazioni di pazienti: il COVID Advocacy Exchange (https://www.covidadvocacyexchange.com), la National Patient Advocate Foundation (https://www.patientadvocate.org/covidcare), il Body Politic COVID-19 Support Group (https://www.wearebodypolitic.com/covid19), i Survivor Corps (https://www.survivorcorps.com/), il Patient-Led Research for COVID-19 (https://patientresearchcovid19.com ) e i gruppi FACEBOOK di “COVID fighters”. Questi gruppi hanno ad un certo punto deciso di dimostrare l’esistenza di un’affezione long-term (condizione quasi essenziale per poter giustificare l’ esistenza in vita di organizzazioni di advocacy) e hanno iniziato a somministrare questionari ai loro aderenti, identificando così i sintomi residuali più frequenti, tra cui, in particolare, un senso di annebbiamento mentale, una stanchezza cronica e dolori muscolari persistenti.
𝗦𝗶 𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗲 𝗺𝗮𝗹𝗮𝘁𝘁𝗶𝗲 𝘃𝗶𝗿𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗼𝗿𝗶𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗮 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗵𝗲 𝘀𝗲𝗾𝘂𝗲𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝘀𝘁𝘂𝗿𝗯𝗶 e non ci sarebbe quindi da stupirsi che possa accadere anche con il Covid. Bisogna, però, aggiungere che– tranne nel caso di poche malattie, come, ad esempio, la mononucleosi infettiva – l’aspecificità dei sintomi ha sempre reso queste sindromi post-virali vaghe, mal definite, persino dubbie: la sindrome del “Long-Covid” non fa eccezione. Una review pubblicata il marzo scorso su Nature (Nalbandian, A., Sehgal, K., Gupta, A. et al. 𝘗𝘰𝘴𝘵-𝘢𝘤𝘶𝘵𝘦 𝘊𝘖𝘝𝘐𝘋-19 𝘴𝘺𝘯𝘥𝘳𝘰𝘮𝘦. Nat Med 27, 601–615 (2021). https://doi.org/10.1038/s41591-021-01283-z) è in questo senso indicativa. Con l’eccezione di uno studio cinese e di pochi altri, tutti le ricerche esaminate erano basate su questionari autosomministrati (la cui scarsa affidabilità è manifesta) che evidenziavano sintomi di una totale aspecificità e vaghezza, come senso di stanchezza cronica, insonnia o sonno non abbastanza riposante, facilità all’affaticamento, irritabilità e così via. Le poche ricerche che hanno anche indagato segni clinici rilevabili all’esame fisico o ad esami di laboratorio e strumentali hanno identificato, in alcuni casi, danni d’organo che, tuttavia, erano sempre correlati alla gravità del decorso della malattia e alle terapie impiegate. Ad esempio, la riduzione della capacità polmonare post-Covid – osservata in vari studi – si verificava in pazienti che erano stati intubati e avevano subito una tracheostomia. In modo simile, le sequele cardiovascolari erano di gran lunga più frequenti in pazienti già cardiopatici prima di contrarre il Covid e una simile correlazione si ritrovava in quasi tutte le altre forme di “Long-Covid”. In definitiva, ad oggi, non esistono sicuri riscontri oggettivi che dimostrino la presenza di condizioni di lunga durata dovute specificatamente all’infezione di SARS-CoV-2, non potendosi assolutamente escludere che i sintomi aspecifici siano dovuti a qualsiasi altra causa (non ultimo l’effetto suggestivo generato dall’aver contratto una malattia così emotivamente carica come il Covid) e che le alterazioni fisiopatologiche, laddove riscontrate, siano invece espressione di condizioni preesistenti o di trattamenti a cui i pazienti sono stati sottoposti. Gli stessi autori della review, che pure appaiono fermamente convinti dell’esistenza di un’entità clinica post-Covid, concludono “𝘈𝘤𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘢𝘯𝘥 𝘧𝘶𝘵𝘶𝘳𝘦 𝘤𝘭𝘪𝘯𝘪𝘤𝘢𝘭 𝘴𝘵𝘶𝘥𝘪𝘦𝘴, 𝘪𝘯𝘤𝘭𝘶𝘥𝘪𝘯𝘨 𝘱𝘳𝘰𝘴𝘱𝘦𝘤𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘤𝘰𝘩𝘰𝘳𝘵𝘴 𝘢𝘯𝘥 𝘤𝘭𝘪𝘯𝘪𝘤𝘢𝘭 𝘵𝘳𝘪𝘢𝘭𝘴, 𝘢𝘭𝘰𝘯𝘨 𝘸𝘪𝘵𝘩 𝘧𝘳𝘦𝘲𝘶𝘦𝘯𝘵 𝘳𝘦𝘷𝘪𝘦𝘸 𝘰𝘧 𝘦𝘮𝘦𝘳𝘨𝘪𝘯𝘨 𝘦𝘷𝘪𝘥𝘦𝘯𝘤𝘦 𝘣𝘺 𝘸𝘰𝘳𝘬𝘪𝘯𝘨 𝘨𝘳𝘰𝘶𝘱𝘴 𝘢𝘯𝘥 𝘵𝘢𝘴𝘬 𝘧𝘰𝘳𝘤𝘦𝘴, 𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘢𝘮𝘰𝘶𝘯𝘵 𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘷𝘦𝘭𝘰𝘱𝘪𝘯𝘨 𝘢 𝘳𝘰𝘣𝘶𝘴𝘵 𝘬𝘯𝘰𝘸𝘭𝘦𝘥𝘨𝘦 𝘥𝘢𝘵𝘢𝘣𝘢𝘴𝘦 𝘢𝘯𝘥 𝘪𝘯𝘧𝘰𝘳𝘮𝘪𝘯𝘨 𝘤𝘭𝘪𝘯𝘪𝘤𝘢𝘭 𝘱𝘳𝘢𝘤𝘵𝘪𝘤𝘦 𝘪𝘯 𝘵𝘩𝘪𝘴 𝘢𝘳𝘦𝘢”, significando, dunque, che, allo stato attuale, non abbiamo ancora un “𝘳𝘰𝘣𝘶𝘴𝘵 𝘬𝘯𝘰𝘸𝘭𝘦𝘥𝘨𝘦 𝘥𝘢𝘵𝘢𝘣𝘢𝘴𝘦” sul “Long-Covid”.
𝗣𝘂𝗿𝘁𝗿𝗼𝗽𝗽𝗼, 𝗹𝗼 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗴𝗿𝘂𝗽𝗽𝗼 𝗱𝗶 𝗭𝘂𝗿𝗶𝗴𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗲𝗺𝗯𝗿𝗮 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝗶𝗿𝗲 alla costruzione di un simile “𝘳𝘰𝘣𝘶𝘴𝘵 𝘬𝘯𝘰𝘸𝘭𝘦𝘥𝘨𝘦 𝘥𝘢𝘵𝘢𝘣𝘢𝘴𝘦”. Su cosa si basa, infatti, l’affermazione, “𝘛𝘩𝘪𝘴 𝘴𝘵𝘶𝘥𝘺 𝘧𝘰𝘶𝘯𝘥 𝘢 𝘭𝘰𝘸 𝘱𝘳𝘦𝘷𝘢𝘭𝘦𝘯𝘤𝘦 𝘰𝘧 𝘴𝘺𝘮𝘱𝘵𝘰𝘮𝘴 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘢𝘵𝘪𝘣𝘭𝘦 𝘸𝘪𝘵𝘩 𝘭𝘰𝘯𝘨 𝘊𝘖𝘝𝘐𝘋”, con cui i ricercatori concludono soddisfatti il lavoro? Lasciamo parlare direttamente loro: “𝘉𝘦𝘵𝘸𝘦𝘦𝘯 𝘖𝘤𝘵𝘰𝘣𝘦𝘳 𝘢𝘯𝘥 𝘕𝘰𝘷𝘦𝘮𝘣𝘦𝘳 2020 𝘢𝘯𝘥 𝘔𝘢𝘳𝘤𝘩 𝘢𝘯𝘥 𝘈𝘱𝘳𝘪𝘭 2021, 4 𝘰𝘧 109 𝘴𝘦𝘳𝘰𝘱𝘰𝘴𝘪𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘤𝘩𝘪𝘭𝘥𝘳𝘦𝘯 (4%) 𝘷𝘴 28 𝘰𝘧 1246 𝘴𝘦𝘳𝘰𝘯𝘦𝘨𝘢𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘰𝘯𝘦𝘴 (2%) 𝘳𝘦𝘱𝘰𝘳𝘵𝘦𝘥 𝘢𝘵 𝘭𝘦𝘢𝘴𝘵 1 𝘴𝘺𝘮𝘱𝘵𝘰𝘮 𝘭𝘢𝘴𝘵𝘪𝘯𝘨 𝘣𝘦𝘺𝘰𝘯𝘥 12 𝘸𝘦𝘦𝘬𝘴 (…). 𝘛𝘩𝘦 𝘮𝘰𝘴𝘵 𝘧𝘳𝘦𝘲𝘶𝘦𝘯𝘵𝘭𝘺 𝘳𝘦𝘱𝘰𝘳𝘵𝘦𝘥 𝘴𝘺𝘮𝘱𝘵𝘰𝘮𝘴 𝘭𝘢𝘴𝘵𝘪𝘯𝘨 𝘮𝘰𝘳𝘦 𝘵𝘩𝘢𝘯 12 𝘸𝘦𝘦𝘬𝘴 𝘢𝘮𝘰𝘯𝘨 𝘴𝘦𝘳𝘰𝘱𝘰𝘴𝘪𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘤𝘩𝘪𝘭𝘥𝘳𝘦𝘯 𝘸𝘦𝘳𝘦 𝘵𝘪𝘳𝘦𝘥𝘯𝘦𝘴𝘴 (3/109, 3%), 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘪𝘤𝘶𝘭𝘵𝘺 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢𝘵𝘪𝘯𝘨 (2/109, 2%), 𝘢𝘯𝘥 𝘪𝘯𝘤𝘳𝘦𝘢𝘴𝘦𝘥 𝘯𝘦𝘦𝘥 𝘧𝘰𝘳 𝘴𝘭𝘦𝘦𝘱 (2/109, 2%)”.
𝗜𝗻𝘀𝗼𝗺𝗺𝗮, 𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶 “𝘀𝗰𝗶𝗮𝗴𝘂𝗿𝗮𝘁𝗶” – e un journal autorevole come JAMA gliele ha persino pubblicate – si fondano soltanto su quanto dichiarato in un questionario online (cioè, nemmeno rilevato direttamente dai ricercatori) dai genitori di 4 (dicasi quattro) bambini in tutto: bambini che, secondo il padre e la madre, si sono lamentati, per più di dodici settimane, di stanchezza (3 casi), difficoltà a concentrarsi (2 casi), bisogno di sonno (2 casi) e naso congestionato (1 caso). 𝗠𝗮𝗶 𝗮𝘃𝗿𝗲𝗶 𝘀𝗼𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲, 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮𝘃𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗺𝗶𝗮 𝗺𝗮𝗱𝗿𝗲 𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗺𝗶 𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮, 𝗶𝗼 𝗴𝗶𝗮̀ 𝘀𝗼𝗳𝗳𝗿𝗶𝘀𝘀𝗶 𝗱𝗶 “𝗟𝗼𝗻𝗴-𝗖𝗼𝘃𝗶𝗱”.
Il rischio però è che, anche sulla base di questo studio risibile e altri simili, si decida la vaccinazione di massa dei bambini dai 12 anni in su, come già prevede il recente decreto sul Green Pass emanato dal governo italiano.