
Ho sempre pensato che la comunicazione sia il lato più tragico, e a volte anche grottesco, della pandemia. Dalle istituzioni in giù, da quel “se non ti vaccini, muori, o fai morire qualcun altro”, la campagna di marketing vaccinale ha raggiunto apici che Chiara Ferragni al confronto è una dilettante (e personalmente credo che sia una bravissima professionista, nel suo campo). C’è un ribaltamento della realtà e dei fatti che fa spavento.
Oggi un’amica mi ha fatto leggere un articolo di Emanuele Trevi dal titolo “L’amico no-vax e il solco incolmabile”. Si parla di “parodia dell’intelligenza priva di empatia”: già, tra titolo e incipit, almeno tre ipometropie solleticano nel lettore una solenne e avvolgente empatia. La constatazione che non si possono “usare gli idranti per disperderli”, ad esempio, scivola liscia, insieme con le garbate definizioni rivolte ai “consanguinei” che si trovano al di là del solco: “negatori” dallo “sguardo vitreo”, che vivono tra “frottole” e “fanfaluche”, animati dalla “pazzia”, spaventati dalla “paura del vaccino” (che infatti “chi di noi non l’ha provata?”), accomodati nel soggiorno del loro “narcisismo” ed “egoismo”, che li ha portati ad assecondare non solo “l’elementare sentimento di vergogna”, ma anche “il turpe e inconfessato” pensiero che “tanto, a vaccinarsi ci abbiano pensato gli altri”.
Esiste, in psicologia, una risposta primitiva di difesa al dolore, che si chiama “proiezione”, e consiste nello spostare sentimenti, desideri o aspetti propri all’esterno di sé. Freud ne aveva parlato nel 1915 (in tempi di guerra) definendo la proiezione un “pericolo pulsionale che l’Io non riesce a gestire”.
E’ impressionante constatare come questa pulsione proiettiva – ma in realtà protettiva – abbia pervaso l’anima di tante persone. Rinunciare all’aperitivo e alla socialità ha scatenato un’intolleranza fiera e militante, incorniciata nella modanatura della “mansuetudine”, in nome della quale Trevi, e tutti coloro che si sono ritrovati nel suo pezzo, invocano “norme limpide e l’autorità necessaria a farle rispettare”.
[Roma, 9 novembre 1921…]
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Aggiungo qui il commento dell’amico psicanalista Emilio Mordini:
𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗣𝗢𝗦𝗜𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗔𝗠𝗜𝗖𝗜 𝗡𝗢-𝗩𝗔𝗫, 𝗧𝗥𝗔𝗩𝗜 𝗘 𝗣𝗔𝗚𝗟𝗜𝗨𝗭𝗭𝗘
𝗧𝗶𝗺𝘀𝗵𝗲𝗹, tu puoi. 𝗦𝘂 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗽𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗚𝗲𝗻𝗲𝘀𝗶 (𝗚𝗲𝗻, 𝟰:𝟳) che Dio dice a Caino – “𝘪𝘭 𝘱𝘦𝘤𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘦̀ 𝘢𝘤𝘤𝘰𝘷𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘵𝘶𝘢 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢; 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘥𝘪 𝘵𝘦 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘪𝘴𝘵𝘪𝘯𝘵𝘰, 𝙢𝙖 𝙩𝙪 𝙥𝙪𝙤𝙞 (𝘥𝘰𝘮𝘪𝘯𝘢𝘳𝘭𝘰)” – John Steinbeck crea forse il suo più bel romanzo: “East of Eden”. Emanuele Trevi cerca di imitarlo costruendo il suo articolo di oggi (19 novembre) sul Corriere della Sera su un’altra famosa frase, pare pronunciata nella stessa circostanza, ma da Caino: “𝘚𝘰𝘯𝘰 𝘧𝘰𝘳𝘴𝘦 𝘪𝘭 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘮𝘪𝘰 𝘧𝘳𝘢𝘵𝘦𝘭𝘭𝘰?”.
𝗧𝗿𝗲𝘃𝗶 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝘂𝗻 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝗽𝗲𝘇𝘇𝗼 𝗱𝗲𝗱𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗲𝗴𝗼𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗲𝗺𝗽𝗮𝘁𝗶𝗮 di “𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘨𝘦𝘯𝘵𝘦, 𝘤𝘢𝘱𝘢𝘤𝘦 𝘥𝘪 𝘯𝘦𝘨𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘪 𝘯𝘶𝘮𝘦𝘳𝘪 𝘥𝘦𝘪 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘪” caratterizzata da “𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘰𝘥𝘪𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘪𝘯𝘵𝘦𝘭𝘭𝘪𝘨𝘦𝘯𝘻𝘢, 𝘱𝘳𝘪𝘷𝘢 𝘥𝘪 𝘦𝘮𝘱𝘢𝘵𝘪𝘢”. Per poi aggiungere “𝘕𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘶𝘴𝘢𝘳𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘪𝘥𝘳𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘥𝘪𝘴𝘱𝘦𝘳𝘥𝘦𝘳𝘭𝘪, 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘤𝘢𝘮𝘣𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘢𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘴𝘦 𝘭𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘢𝘧𝘧𝘦𝘳𝘮𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯’𝘪𝘥𝘪𝘰𝘻𝘪𝘢, 𝘦 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘢 𝘤𝘪 𝘤𝘢𝘴𝘤𝘢𝘯𝘰 𝘭𝘦 𝘣𝘳𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘭𝘢 𝘪𝘥𝘦𝘢 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘴𝘤𝘶𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘰𝘳𝘰. 𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘰𝘳𝘮𝘢𝘪, 𝘦̀ 𝘪𝘯𝘶𝘵𝘪𝘭𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘰 𝘯𝘦𝘨𝘩𝘪𝘢𝘮𝘰, 𝘭𝘦 𝘢𝘳𝘮𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘶𝘢𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘵𝘰𝘵𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘱𝘶𝘯𝘵𝘢𝘵𝘦 (…) 𝘢 𝘴𝘰𝘳𝘳𝘦𝘨𝘨𝘦𝘳𝘭𝘪 𝘤’𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘵𝘶𝘳𝘱𝘦, 𝘪𝘯𝘤𝘰𝘯𝘧𝘦𝘴𝘴𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢 𝘷𝘢𝘤𝘤𝘪𝘯𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘤𝘪 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘢𝘵𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪”. Così, non resta che il rigore della legge “𝘗𝘦𝘳 𝘥𝘪𝘳𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘢 𝘉𝘪𝘣𝘣𝘪𝘢, 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘯𝘰𝘪 𝘪 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘪𝘢𝘯𝘪 𝘥𝘦𝘪 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘪 𝘧𝘳𝘢𝘵𝘦𝘭𝘭𝘪, 𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦 𝘢 𝘥𝘪𝘳𝘭𝘰 𝘦𝘳𝘢 𝘊𝘢𝘪𝘯𝘰, 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘤𝘢𝘴𝘰 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢 𝘳𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦. 𝘚𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘭𝘦 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘪, 𝘦 𝘭𝘦 𝘪𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘱𝘰𝘴𝘵𝘦 𝘢 𝘧𝘢𝘳𝘭𝘦 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘳𝘦, 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘪 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘢𝘭𝘷𝘢𝘳𝘦. 𝘓𝘢 𝘯𝘰𝘳𝘮𝘢 (…) 𝘤𝘪 𝘴𝘰𝘭𝘭𝘦𝘷𝘢 𝘥𝘢 𝘥𝘪𝘴𝘤𝘶𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪, 𝘥𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘭𝘪𝘵𝘵𝘪, 𝘥𝘢 𝘴𝘪𝘭𝘦𝘯𝘻𝘪 𝘢𝘥𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘶𝘵𝘪𝘭𝘪 𝘦 𝘳𝘪𝘴𝘤𝘩𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘵𝘳𝘢𝘴𝘤𝘪𝘯𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘪𝘦𝘵𝘳𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘱𝘦𝘤𝘪𝘦 𝘥𝘪 𝘓𝘰𝘯𝘨 𝘊𝘰𝘷𝘪𝘥 𝘦𝘮𝘰𝘵𝘪𝘷𝘰, 𝘯𝘦𝘭 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪𝘯𝘶𝘦𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘦𝘳 𝘣𝘦𝘯𝘦 𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘶𝘴𝘤𝘪𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘥𝘰𝘯𝘢𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰, 𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘷𝘢𝘵𝘰”.
𝗖𝗼𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗮𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗮𝗽𝗽𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗮 𝗼𝗱𝗶𝗮𝗿𝗲 coloro a cui si volle bene, chi “𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘶𝘴𝘤𝘪𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘥𝘰𝘯𝘢𝘳𝘦”, si chiude il pezzo di Trevi, a cui, evidentemente, non riesce ciò che riuscì a nostro Signore, che – come è noto – concluse l’increscioso episodio con la sentenza “𝘗𝘦𝘳𝘰̀ 𝘤𝘩𝘪𝘶𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘶𝘤𝘤𝘪𝘥𝘦𝘳𝘢̀ 𝘊𝘢𝘪𝘯𝘰 𝘴𝘶𝘣𝘪𝘳𝘢̀ 𝘭𝘢 𝘷𝘦𝘯𝘥𝘦𝘵𝘵𝘢 𝘴𝘦𝘵𝘵𝘦 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘦!”.
𝗟𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗶𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗺𝗲𝗰𝗰𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼, che Trevi, figlio di un famoso psicoanalista junghiano, dovrebbe conoscere bene. Consta nell’attribuire ad altri proprie caratteristiche che dà fastidio riconoscere, che si negano.
𝗠𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗼𝗿𝗮 𝗳𝗮𝗰𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲, 𝗿𝗶𝗴𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗿𝗶𝗴𝗮, che Trevi non parla, in tutto l’articolo, che di sé stesso e che tutti i vizi che trova nel suo bersaglio, sono, uno per uno, riflessi nelle sue parole e nei suoi pensieri: dalla convinzione ottusa di possedere la verità, alla mancanza totale di empatia, sino alla stizza avara ed egoista di chi pensa di aver dato senza aver ricevuto in cambio. Visto, però, che il vincitore del premio Strega di quest’anno ama i riferimenti scritturali, vale la pena ricordargli un passo del Nuovo Testamento.
“𝙋𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚́ 𝙜𝙪𝙖𝙧𝙙𝙞 𝙡𝙖 𝙥𝙖𝙜𝙡𝙞𝙪𝙯𝙯𝙖 𝙘𝙝𝙚 𝙚̀ 𝙣𝙚𝙡𝙡’𝙤𝙘𝙘𝙝𝙞𝙤 𝙙𝙚𝙡 𝙩𝙪𝙤 𝙛𝙧𝙖𝙩𝙚𝙡𝙡𝙤 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘵𝘪 𝘢𝘤𝘤𝘰𝘳𝘨𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘦̀ 𝘯𝘦𝘭 𝘵𝘶𝘰 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰? 𝘊𝘰𝘮𝘦 𝘱𝘶𝘰𝘪 𝘥𝘪𝘳𝘦 𝘢𝘭 𝘵𝘶𝘰 𝘧𝘳𝘢𝘵𝘦𝘭𝘭𝘰: «𝘍𝘳𝘢𝘵𝘦𝘭𝘭𝘰, 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘰𝘭𝘨𝘢 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘨𝘭𝘪𝘶𝘻𝘻𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘦̀ 𝘯𝘦𝘭 𝘵𝘶𝘰 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰», 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 𝘵𝘶 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘦𝘥𝘪 𝘭𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘦̀ 𝘯𝘦𝘭 𝘵𝘶𝘰 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰? 𝘐𝘱𝘰𝘤𝘳𝘪𝘵𝘢! 𝘛𝘰𝘨𝘭𝘪 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘭𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦 𝘥𝘢𝘭 𝘵𝘶𝘰 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢 𝘤𝘪 𝘷𝘦𝘥𝘳𝘢𝘪 𝘣𝘦𝘯𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘰𝘨𝘭𝘪𝘦𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘨𝘭𝘪𝘶𝘻𝘻𝘢 𝘥𝘢𝘭𝘭’𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘵𝘶𝘰 𝘧𝘳𝘢𝘵𝘦𝘭𝘭𝘰.” (Lc 6, 41-42)